n.313 del 17.12.2025 periodico (Parte Seconda)
RISOLUZIONE - Oggetto n. 1022 - Risoluzione per impegnare la Giunta a sollecitare, nelle sedi istituzionali opportune, l'adozione, da parte del Governo e del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, di linee guida nazionali per la protezione delle persone transgender e LGBTQIA+ in carcere, fondate su criteri di inclusione, rispetto e sicurezza. A firma dei Consiglieri: Gordini, Larghetti
la detenzione non può in alcun modo giustificare la sospensione dei diritti fondamentali della persona, quali la dignità, l’integrità fisica e psichica, l’identità e l’orientamento sessuale, tutelati dalla Costituzione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e da altri strumenti internazionali;
le persone transgender e LGBTQIA+ risultano esposte a rischi significativamente più elevati di violenza, abuso, isolamento e discriminazione nei contesti detentivi, come riportato da numerosi studi e organismi di tutela dei diritti umani, nazionali e internazionali;
in molte strutture penitenziarie italiane non sono ancora presenti sezioni dedicate, né protocolli operativi chiari per la tutela delle persone LGBTQIA+, con conseguente esposizione a gravi pericoli o a forme di segregazione incompatibili con la finalità rieducativa della pena;
la creazione di ambienti sicuri per tutte le persone detenute, e in particolare per quelle appartenenti a categorie vulnerabili, richiede non solo interventi strutturali, ma anche adeguata formazione del personale penitenziario e un approccio culturale fondato sul rispetto della diversità;
l’isolamento protettivo, talvolta adottato come misura di emergenza, non può costituire una risposta sistemica, in quanto priva la persona dei diritti alla socialità, al lavoro, alla formazione e al trattamento previsti dalla legge penitenziaria;
alcune esperienze locali hanno dimostrato che è possibile garantire la sicurezza e il rispetto dell’identità delle persone transgender e LGBTQIA +detenute, attraverso la predisposizione di sezioni dedicate, il rispetto del genere autodeterminato e l’accesso alle cure sanitarie adeguate;
a seguito del d.lgs. 230/1999, i servizi sanitari negli istituti penitenziari sono stati trasferiti alla competenza delle Regioni che, attraverso le Aziende Sanitarie Locali, sono responsabili dell’erogazione dell’assistenza sanitaria anche all’interno delle carceri, incluse le cure specifiche per le persone transgender e LGBTQIA+ detenute;
la Regione Emilia-Romagna ha sempre posto al centro delle proprie politiche il contrasto alle discriminazioni e la promozione dei diritti civili, in particolare attraverso la Legge Regionale n. 15/2019, che riconosce il valore della differenza come ricchezza e fondamento della convivenza democratica;
è doveroso sostenere ogni iniziativa utile a garantire che le persone LGBTQIA+ private della libertà possano accedere a percorsi detentivi dignitosi, sicuri e rispettosi della loro identità, in coerenza con i principi costituzionali e con gli standard europei sui diritti umani;
il sistema penitenziario, per assolvere alla funzione rieducativa prevista dall’articolo 27 della Costituzione, deve garantire condizioni di equità e protezione per tutte le persone, a partire da quelle più vulnerabili;
in virtù delle proprie competenze in materia sanitaria, la Regione può svolgere un ruolo attivo nel garantire la continuità terapeutica, il supporto psicologico e l’accesso alle cure ormonali per le persone transgender e LGBTQIA+ detenute, contribuendo concretamente alla loro tutela e al rispetto della loro identità;
presso la Casa circondariale di Reggio Emilia è attiva l’unica sezione nel territorio della Regione Emilia-Romagna dedicata a detenute trans, realizzata in collaborazione con il MIT (Movimento Identità Trans) di Bologna, che garantisce la continuità terapeutica delle cure ormonali, riconosciute come strumento fondamentale per contrastare la disforia di genere e preservare l’equilibrio psicofisico delle persone trans recluse;
a livello nazionale le sezioni specifiche per persone trans risultano attive esclusivamente negli istituti penitenziari di Napoli, Roma, Firenze, Milano e Ivrea, per un totale complessivo di circa 70 persone trans detenute su tutto il territorio italiano, rendendo evidente l’assenza di un’offerta capillare e la scopertura di numerose regioni, con conseguenti difficoltà di tutela dei diritti fondamentali e delle esigenze di cura di queste persone;
è essenziale, anche in ambito penitenziario, garantire il rispetto dell’identità autodeterminata delle persone trans, anche attraverso l’adozione del nome di elezione e del pronome corrispondente al genere dichiarato, in linea con gli orientamenti delle istituzioni europee e degli standard internazionali sui diritti umani. A tal proposito, la Direttiva 2006/54/CE, pur focalizzata sul principio di parità di trattamento tra uomini e donne in ambito lavorativo, ha contribuito a consolidare a livello europeo il principio per cui l’utilizzo del dead-name costituisce una forma di discriminazione lesiva della dignità della persona;
le condizioni di vita delle persone LGBTQIA+ detenute in Italia rimangono in larga parte invisibili all’interno del sistema penitenziario, a causa della scarsità di dati ufficiali, della mancanza di trasparenza istituzionale e della persistenza di modelli organizzativi che non tengono conto delle differenze identitarie e relazionali delle persone ristrette;
una recente ricerca condotta dall’associazione “Antigone”, tra il 2024 e il 2025, nell’ambito del progetto europeo LGBTIQ Detainees – Strengthening the Rights of LGBTIQ Detainees in the EU, ha evidenziato, attraverso 45 interviste e un’approfondita analisi documentale, la complessità e la varietà delle esperienze vissute da persone LGBTQIA+ detenute, sottolineando la necessità di un approccio individualizzato e non segregante;
in base a quanto emerso, la collocazione protettiva in sezioni separate – seppure formalmente prevista dal d.lgs. 123/2018 per finalità di sicurezza - rischia, in assenza di adeguata partecipazione ad attività trattamentali e contatti con l’esterno, di trasformarsi in una forma di isolamento istituzionalizzato, con gravi ricadute sul benessere psicofisico delle persone LGBTQIA+ e sull’effettività del principio rieducativo della pena;
permangono, inoltre, forti criticità in merito alla gestione della detenzione delle persone trans, per le quali la normativa penitenziaria non prevede ancora risposte univoche, né un piano d’azione unitario volto a prevenire discriminazioni e violenze;
le soluzioni adottate finora, come la collocazione in sezioni dedicate o precauzionali, presentano notevoli limiti, in particolare per quanto riguarda l’accesso ai percorsi trattamentali, ai servizi sanitari adeguati e alla partecipazione alla vita dell’istituto;
a tali carenze materiali si somma una sofferenza psicologica significativa, che in alcuni casi si manifesta in forme estreme di autolesionismo e automutilazione, espressione di un disagio profondo legato alla negazione del diritto all’identità e all’autodeterminazione;
in alcuni istituti penitenziari sono state sperimentate buone pratiche, come l’apertura di sportelli di ascolto o percorsi formativi in collaborazione con associazioni del territorio, ma si tratta ancora di iniziative isolate, prive di un coordinamento nazionale, è evidente, quindi, la necessità di un intervento sistemico che affronti con serietà e continuità la questione della detenzione delle persone trans e LGBTQIA+, integrando le dimensioni del genere, dei diritti, della salute e del trattamento penitenziario;
a sollecitare, nelle sedi istituzionali opportune, l’adozione da parte del Governo e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di linee guida nazionali per la protezione delle persone transgender e LGBTQIA+ in carcere, fondate su criteri di inclusione, rispetto e sicurezza;
a farsi parte attiva, presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, affinché venga effettuata una ricognizione puntuale sulla presenza di persone trans detenute negli istituti penitenziari del territorio della Regione Emilia-Romagna, con particolare attenzione ai casi in cui tali persone non siano collocate in sezioni protette o dedicate, come emerso recentemente nel carcere di Ferrara, al fine di garantire condizioni detentive rispettose della loro identità e tutela;
a garantire, per quanto di competenza del Servizio Sanitario Regionale, che le Aziende USL assicurino in modo uniforme sul territorio l’accesso alle cure specifiche per le persone transgender e LGBTQIA+ detenute, in raccordo con le direzioni degli istituti penitenziari e con i Garanti dei diritti delle persone private della libertà;
a garantire, per quanto di competenza regionale, il monitoraggio delle condizioni detentive delle persone LGBTQIA+ e il pieno coinvolgimento del Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale, al fine di tutelarne i diritti e prevenire ogni forma di violenza o discriminazione a loro carico.
Approvata a maggioranza dalla Commissione VI Per la parità e per i diritti delle persone e Cultura nella seduta del 27 novembre 2025.