n.157 del 17.06.2026 periodico (Parte Seconda)
Oggetto n. 2534 - Risoluzione per sostenere i familiari delle vittime della banda della "Uno Bianca" nel loro diritto alla ricerca della verità, per continuare a favorire percorsi di memoria attiva e partecipata e per la realizzazione di ogni fattivo intervento, rientrante nelle competenze regionali, quali la digitalizzazione, la conservazione e la pubblicazione di ogni documento e testimonianza. A firma dei Consiglieri: Gordini, Lembi, Proni, Castellari, Costi, Bosi, Albasi, Carletti, Donini, Calvano, Lori, Massari, Trande, Parma, Zappaterra, Fornili, Muzzarelli, Arduini, Casadei
premesso che
tra il mese di giugno 1987 e il mese di ottobre 1994, il territorio compreso tra le province di Bologna, Forlì, Rimini e Pesaro è stato insanguinato da una serie di eventi violenti e delittuosi, con 103 crimini commessi, 24 morti e oltre un centinaio di feriti, attribuiti alla c.d. banda della Uno Bianca formata dai tre fratelli Savi (di cui, due poliziotti) e da altri tre poliziotti;
con sentenza del 31 maggio 1997 la Corte d’Assise di Bologna ha condannato i componenti della banda, con l’irrogazione di 4 ergastoli, di una condanna a 18 anni di reclusione e di una pena minore, sanzioni non sostanzialmente modificate dalle sentenze della Corte d’Assise d’Appello del 17 dicembre 1998 e della Corte di Cassazione del 20 giugno 2000;
le 103 azioni criminali perpetrate, nello spazio di pochi anni, sono state caratterizzate da un agire violentissimo ai danni di appartenenti alle forze dell’ordine e di cittadini inermi, spesso autentici eroi civili, nonché da una deriva razzista e da veri e propri atti terroristici;
benché i principali elementi della banda, i fratelli Savi, si siano addossati l’intera responsabilità di rapine ed uccisioni, motivando le azioni criminali con il solo fine di lucro, permangono, secondo numerose ricostruzioni e iniziative giudiziarie e civili, ampie parti della vicenda non ancora chiarite;
considerato che
a marzo 2023 alcuni familiari delle vittime hanno presentato, tramite un legale di fiducia, un esposto di circa 250 pagine che ricostruisce interamente la vicenda, richiamando anche i presunti errori, le archiviazioni ritenute frettolose e le ipotesi di depistaggi emerse nel corso delle indagini e dei successivi approfondimenti giudiziari;
nell’esposto si focalizza l’attenzione, in particolare su alcuni episodi come il caso, acclarato anche da una sentenza definitiva di condanna a otto anni di reclusione, del depistaggio sull’uccisione di due carabinieri a Castel Maggiore (BO), il 20 aprile 1988, e oltre a questo episodio, evidenziando elementi ritenuti non pienamente chiariti nella ricostruzione dei fatti della strage, del 4 gennaio 1991, al Pilastro di Bologna, dove, tra l’altro, i tre carabinieri uccisi dovevano presidiare una postazione fissa e non trovarsi sul luogo dove poi furono trucidati spietatamente, in quello che appare più come un agguato che una sparatoria fortuita, e pochi mesi dopo, il 2 maggio 1991, nella duplice uccisione all’interno dell’armeria di via Volturno, nel centro storico di Bologna e in pieno giorno, azione criminale rispetto alla quale sono state avanzate ipotesi interpretative diverse circa le sue vere finalità;
il quadro di questa vicenda, ormai a distanza di decine di anni e anche dal punto di vista storico, di quanto avvenuto principalmente a Bologna e nella sua area metropolitana, non può non essere messo in relazione e calato nel contesto di quegli anni e del cruciale momento di passaggio della storia della nostra Repubblica;
il legale che ha presentato l’esposto così scrive: “È impressionante notare come tutte le fasi dell’attività criminosa siano caratterizzate da depistaggi organizzati, che appaiono omogenei a una strategia della banda non solo di garantirsi l’immunità, con visibili appoggi esterni, ma di rompere il tessuto politico-sociale della Regione, indicandola come preda di bande criminali e sanguinarie.”;
l’esposto, che ha già portato la Procura della Repubblica di Bologna a riaprire le indagini, con un nuovo fascicolo, per concorso in omicidio volontario a carico di ignoti, così si conclude: “Il tempo trascorso non impedisce formalmente lo svolgimento di nuove indagini, quando si tratta di delitti imprescrittibili. Le rende certamente molto più difficoltose, ma l’attuale informatizzazione degli atti processuali le consente ben più agilmente del passato. Gli interrogativi percorrono alcuni corpi dello Stato, in particolare polizia e carabinieri e i Servizi (Sismi e Sisde). Le istituzioni del nostro Paese hanno l’obbligo di fare piena luce su questa terribile vicenda per il sangue versato da tanti cittadini inermi, da poliziotti e da carabinieri, perseguendo complici e mandanti della banda della Uno bianca.”;
il 5 maggio 2026 è stata diffusa un’intervista, alla trasmissione “Belve” di RaiDue, in cui il maggiore dei fratelli Savi, Roberto, “svelerebbe” il vero movente della rapina all’armeria di via Volturno a Bologna, cioè l’uccisione dell’ex carabiniere Pietro Capolungo e ammetterebbe una “collaborazione” con i Servizi segreti, che avrebbero “commissionato” il delitto, dichiarazioni a cui ha così replicato il Presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Banda della Uno bianca, Alberto Capolungo: “Mi ha fatto un’impressione pessima. Se Roberto Savi ha cose simili da dire ha sbagliato palcoscenico. Ci sono i magistrati, che hanno ancora indagini in corso. Per dire cose del genere, che non ha mai detto nei processi, è meglio che vada da qualcun altro, è un'operazione molto spiacevole, disgustosa, sospetta”, aggiungendo: “Sembra dire cose che ha letto a sua volta nei giornali, più che novità interessanti. Dice cose che non stanno in piedi”, come nel caso del padre, Pietro Capolungo, ucciso nella rapina dell’armeria di via Volturno nel 1991: “E’ assolutamente falso che abbia fatto parte dei servizi segreti, ha lavorato nella caserma di via Bersaglieri, ha svolto lavoro d’ufficio, poi è passato alla Sezione Tribunale e anche lì faceva servizio in ufficio e poi, in pensione, andava due ore o la mattina o il pomeriggio in armeria, è la figura più lontana possibile dai Servizi. Basta rivolgersi a chiunque per avere una smentita: aveva una vita riservata, familiare”, così concludendo a proposito delle parole di Roberto Savi: “Sono illazioni, fumo negli occhi, è continuare a fare confusione, quando invece bisogna lavorare sul piccolo per arrivare a trovare la verità”;
valutato positivamente che
la Regione Emilia-Romagna abbia contribuito alla digitalizzazione degli atti processuali riguardanti la banda della “Uno Bianca”, grazie ad un progetto reso possibile da specifici accordi tra l’Archivio di Stato di Bologna e la Procura della Repubblica di Bologna, da un lato, e tra lo stesso Archivio e il Tribunale e la Corte d’Assise di Bologna dall’altro, per il versamento anticipato, rispetto a quanto fissato dal Codice dei Beni culturali, del materiale relativo alle fasi delle indagini e del dibattimento del processo alla banda della “Uno Bianca”, consistente in una mole enorme di documenti, costituita da 303 faldoni e varie scatole di documentazione sonora e audiovisiva, per un totale di circa 46 metri lineari e 272 supporti, relativi ad un arco di tempo che va dal 1977 al 2011, e pertanto comprensivi delle prime fasi dell’indagine fino al dibattimento in Cassazione e oltre, con materiale in copia, delle Procure di Rimini e Pesaro;
la digitalizzazione degli atti processuali sia stata solo la parte conclusiva di un progetto più ampio finalizzato a garantire anche un migliore stato di conservazione dei documenti originali, con specifici interventi di depolveratura, disinfezione, pulitura, spianamento, stabilizzazione e dove necessario, di vero e proprio restauro, il tutto preceduto da un attento lavoro di analisi, riordino, numerazione e descrizione, infatti, all’interno dei fascicoli, oltre ai documenti cartacei prodotti nelle fasi di indagine e dibattimento, erano presenti anche molte immagini, tra cui rilievi della polizia scientifica, referti autoptici, fotografie di identikit, registrazioni dibattimentali e intercettazioni telefoniche;
l’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna abbia recentemente portato avanti (novembre 2025 – gennaio 2026) il progetto “Uno Bianca per chi l’ha vista. Una storia per chi non c’era”, iniziativa che ha preceduto e si è collegata idealmente alla Giornata in ricordo delle vittime della Uno Bianca, celebrata il 13 ottobre 2025, nata dalla collaborazione con l’Associazione Vittime della Uno Bianca, e dedicata alla memoria delle vittime e alla riflessione sui tragici fatti accaduti, tra il 1987 e il 1994, nei territori di Bologna, della Romagna e Pesaro;
il progetto prevedesse, tra l’altro, la creazione di un sito web (https://www.unobianca.it/) e una ricca rassegna composta da quattro mostre e dieci incontri pubblici, la prima mostra, intitolata “Uno Bianca: Identikit: i volti della paura disegnati da Giovanni Battista Rossi”, è stata ospitata presso la Biblioteca dell’Assemblea legislativa tra il 13 novembre e il 4 dicembre 2025 esponendo 9 tavole 35×50 degli identikit originali disegnati da Giovanni Battista Rossi, riguardanti la banda della “Uno Bianca”, la seconda mostra, “Uno Bianca - Memorie da una città ferita”, è stata allestita presso la Sala D’Ercole di Palazzo d’Accursio tra il 18 e il 30 novembre 2025 ed esponeva, attraverso un percorso emotivante, una mappa organica e ordinata di “fatti” raccontati dalla società civile quale viva testimonianza dell’epoca: articoli, fotografie, giornali e interviste, una terza mostra “Uno Bianca. Bianco e nero. Sette anni e mezzo di terrore negli scatti di Luciano Nadalini”, allestita presso il MAMBO, dal 12 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026, presentava una ricca selezione delle fotografie scattate da Luciano Nadalini, uno tra i testimoni più lucidi e sensibili della cronaca degli anni della “Uno Bianca”;
tra il 2025 e l’inizio del 2026 si siano svolte a Bologna anche due iniziative pubbliche, la prima “Uno Bianca – Uno spazio di Teatro Pubblico” realizzata in collaborazione con il quartiere Navile del Comune di Bologna con tre appuntamenti di carattere divulgativo dove giornalisti, attori, studiosi, criminologi e un ex poliziotto hanno raccontato l’intera vicenda nelle molteplici e potenti forme del linguaggio teatrale, la seconda “Uno Bianca – Mirare allo Stato” realizzata in collaborazione sempre con il quartiere Navile e con la Biblioteca dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna, un cineforum e un incontro sul film documentario del 2019 che racconta la tragedia della Uno Bianca con il prezioso contributo degli studenti delle scuole secondarie superiori (il Corso DOC del Liceo “Laura Bassi” di Bologna);
nel corso del 2026 sarà allestita, presso il chiostro dell’Archivio di Stato di Bologna la mostra “Uno Bianca – Documenti da un processo” ed esporrà i fatti degli eventi criminali da un punto di vista prettamente giudiziario utilizzando la digitalizzazione degli atti processuali bolognesi, effettuata grazie al contributo della Regione Emilia-Romagna, e riguardante ogni tipo di materiale poliziesco e giudiziario, conservato presso l’Archivio stesso, con un allestimento che offrirà un segno tangibile della numerosità e complessità “fisica” dei faldoni, dei documenti e dei reperti, con una selezione di atti cartacei, fotografie e registrazioni audio e video, anche queste iniziative rese possibili con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, della Città Metropolitana di Bologna e della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reato;
ulteriori iniziative pubbliche di studio, confronto e divulgazione, che coinvolgano istituzioni culturali, università, archivi, istituti storici, associazioni delle vittime, organizzazioni della società civile e realtà nazionali competenti in materia di memoria e criminalità organizzata, potrebbero essere finalizzate ad approfondire i nodi ancora oggetto di interrogativi, tra le quali: le ragioni per cui, per un così lungo arco temporale, le attività criminali della banda abbiano potuto proseguire praticamente indisturbate, le eventuali criticità emerse nelle varie fasi investigative e le loro ricadute sul complessivo accertamento dei fatti e il contesto istituzionale, sociale e storico in cui maturarono tali eventi, e il ruolo che esso può aver avuto nel ritardare l’emergere della verità.
a sostenere i familiari delle vittime della banda della “Uno Bianca” nel loro diritto alla ricerca della verità e nel rispetto delle competenze istituzionali e dell’autonomia dell’autorità giudiziaria, al fine di favorire ogni possibile percorso di approfondimento storico, documentale e civile su quanto accaduto;
a continuare nella realizzazione di ogni fattivo intervento, rientrante nelle competenze regionali, quali la digitalizzazione, la conservazione e la realizzazione di un applicativo di accesso per la consultazione dei documenti nonché, la realizzazione di iniziative pubbliche, affinché sia garantita la massima trasparenza e accessibilità delle fonti, contribuendo a fare luce sulle parti ancora oggetto di interrogativi di questa drammatica vicenda;
a valutare di promuovere il coinvolgimento dei Comuni, della Città Metropolitana di Bologna, delle Province interessate e delle istituzioni culturali del territorio nella costruzione di una rete stabile di iniziative di memoria, studio e divulgazione sui delitti della banda della Uno Bianca;
a valutare di favorire, per quanto di competenza, il raccordo istituzionale tra gli enti statali preposti alla tutela e alla gestione degli archivi giudiziari e storici, al fine di verificare se sussistano le condizioni per una più libera consultabilità della documentazione, nel rispetto della normativa vigente;
a valutare di sollecitare il Governo e il Parlamento affinché assumano pienamente, per quanto di rispettiva competenza, il dovere di sostenere la piena ricostruzione storica e giudiziaria dei delitti della banda della “Uno Bianca”, anche valutando ulteriori strumenti di inchiesta, studio o monitoraggio utili al chiarimento delle zone d’ombra tuttora esistenti;
a continuare a sostenere percorsi di memoria attiva e partecipata, in particolare rivolti alle giovani generazioni e al mondo della scuola, nonché, a continuare a promuovere iniziative pubbliche di studio, confronto e divulgazione, affinché dalla conoscenza dei fatti e dalla ricerca della verità discendano azioni concrete di rafforzamento delle garanzie democratiche, del controllo di legalità e della tutela dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione.
Approvata a maggioranza dalla Commissione VI Per la parità e per i diritti delle persone e Cultura nella seduta del 28 maggio 2026.